Nell’era del virtualismo PDF Stampa E-mail
  
Giovedì 01 Novembre 2012 00:00

Sarà anche utile alla proliferazione dei contatti lavorativi e all’espansione della conoscenza delle proprie attività, ma sicuramente è la tomba del contatto “face to face” anche se si chiama Facebook.
Una rete sociale che conta più di 500 milioni di iscritti e migliaia di utenti che postano link ogni giorno, una privacy inesistente, un vero e proprio countdown  della comunicazione diretta. Secondo il sito Pocketweb – tutto il web a portata di click – l’invenzione made in Usa (dove gli utenti sono 174 milioni) ha la parte più consistente dei suoi affezionati radicata in Europa, con 223 milioni di iscritti. Noi più a est della grande Repubblica Federale siamo sempre stati più cedibili alle lusinghe del web, vuoi l’atteggiamento tipicamente italiano di ficcare il naso negli affari altrui, vuoi una propensione alla nulla-facenza.
Questi due motivi e tanti altri assicurano a Facebook 21 milioni di piccole icone italiane (il 37% della popolazione iscritta) che sono on line sul servizio di rete sociale con una frequenza piuttosto assidua. Inoltre, sempre secondo i dati forniti da Pocketweb, 250 milioni sono le foto caricate ogni giorno, 2,7 milioni sono i like e 37 milioni le pagine che ricevono quotidianamente più likes. Il ricavato, stipulato dall’ultimo aggiornamento risalente al 2011, è di un miliardo di dollari. Questo però rispecchia solo una parte dell’enorme somma di denaro che ha reso Mark Zuckerberg un giovane miliardario.
Essendo la registrazione gratuita, ottenere cospicue quantità di bigliettoni è possibile tramite gli inserimenti pubblicitari che circolano sulla piattaforma sociale: una strategia vincente, captata a dovere dall’allora giovanissimo, appena diciannovenne, studente di Harvard, il quale però sembra avere perso “qualcosina” dopo il flop di 2,8 punti dei titoli di Facebook in borsa. Sintomo forse che l’interessamento al social network più in voga al momento a sta diminuendo?
In fondo, le novità ci attraggono molto ma prima o poi stancano, come tutto il resto. Quando Facebook nacque nel lontano 2004, fino al 2008 subì una crescita che toccò la vetta dei 178,38% di utenti in più ammaliati mensilmente. Da allora una cifra del genere  il dirigente dell’azienda non l’ha mai più vista, anzi la crescita rilevata nello scorso aprile è stata dell’1,74%.
Comunque i numeri saranno calati, ma i fatti parlano chiaro: a un buon caffè al bar in compagnia di amici si preferisce chattare o curiosare sulle bacheche altrui: non dimentichiamo che Facebook nasce come contenitore di notizie della propria vita privata e come strumento per renderla pubblica. Solo nel 2012 è divenuto aperto a nuovi scopi, come rendere pubblico il lavoro che si svolge attraverso la gestione di una pagina in grado di coinvolgere qualsiasi persona senza necessità di affidare la divulgazione della pubblicità a costi esorbitanti o a cartelloni giganti nelle città. Facebook è il regno della sponsorizzazione gratuita ed è per questo che a lodarlo sono soprattutto i commercianti di tutto il mondo.
Sta di fatto che chi cede alla tentazione di iscriversi e fare il log in avrà scoperto un mondo parallelo; o forse no. Avrà ammesso che è indispensabile postare link almeno una volta al giorno; o forse no. Penserà di non poterne fare a meno; o forse no. Avrà ampliato i propri contatti o magari avrà capito che non è il numero di amicizie che crea popolarità ma la qualità della conduzione dei rapporti umani.
Cristina Vellucci