Per una democrazia più "democratica"! PDF Stampa E-mail
  
Venerdì 13 Luglio 2012 10:00

Francia, 2010. La Camera dei Deputati ha approvato la proibizione del velo integrale per le donne che vivono nel paese di Sarkozy (eh si, perché oggigiorno una nazione è di possesso di chi la governa). Una battaglia dal sapore laico, una lotta in nome dell’uguaglianza tra i sessi, in cui risuona un solo grido «No alla sottomissione della donna all’ uomo».  Ma siamo certi che ciò che vogliano le cittadine francesi di religione islamica (ma la domanda potrebbe essere estesa, più generalmente, a qualsiasi cittadina in ogni angolo del mondo) sia davvero questo? Come si può imporre ad una popolazione che identifica con il burqua, abito che copre sia la testa sia il corpo, a non identificarsi in una religione di appartenenza? In fin dei conti sarebbe come chiedere ai francesi di rinunciare al loro motto nazionale “Liberté, Égalité, Fraternité” . Probabilmente non ci penserebbero due volte a scendere a compromessi, perché si sa, siamo tutti pronti a puntare il dito quando si tratta di vicende a noi lontane, anche se in questo caso ad essere in questione sono i diritti dei propri vicini di casa. Spostando la lente di ingrandimento verso un’altra area geografica, si fa presto ad ammettere, seppur a malincuore, che le cose non sono poi così diverse. Andando oltreoceano è evidente che il simbolo della rinascita degli Stati Uniti è stato decretato dalla vincita alle elezioni di un presidente come  Barack Obama. Nonostante lo sforzo del politico statunitense, compiuto di fronte ad una platea mondiale, degno di un vero leader che si rispetti, la situazione nell’America Latina è molto differente. Lì a dominare è la disoccupazione o il lavoro mal pagato e svolto in condizioni disagiate. I problemi strutturali di sottosviluppo e l’incapacità di rigenerare il paese con le proprie risorse provocano disillusione e in alcuni casi addirittura disperazione in molti giovani. Ma ci si accorge che non bisogna andare lontano per trovare “usi e costumi simili” a quelli che emergono dalla prima analisi del caso francese. Un referendum promosso in Svizzera due anni fa dall’Unione democratica di centro ha chiamato a votare si o no all’espulsione degli stranieri che delinquono. Il responso: il 52,9% dei votanti trovatisi nelle urne per sbarrare la casella ha apposto una crocetta sul “sì”. Cosa potevamo aspettarci; tutti condannano, nessuno agisce. Le cose, in quest’ epoca moderna, si risolvono con il bandire il problema, mandandolo lontano, secondo una strana idea di “occhio non vede, cuore non duole”. E’ d’ obbligo analizzare anche il caso italiano. Il nostro paese ha uno dei tassi di immigrazione più alti e allora che si fa? Si continua a fare arrivare stranieri sui loro barconi stracolmi, ad assumerli in nero perché ci fa comodo non pagare i contributi, a lasciarli vivere nelle baraccopoli tanto i nostri figli sono cresciuti al caldo nei nostri bei appartamenti . E quando fanno qualcosa che non va con chi ce la prendiamo? Con gente disperata che non ha avuto chi insegnasse loro il valore della legalità e della giustizia. Non è mai passato per la mente a politici e deputati che il problema di uno stato che, secondo il primo articolo della Costituzione, si definisce una “Repubblica democratica”, deve garantire il rispetto dei diritti di tutti coloro che calpestano il suolo italiano, indipendentemente dal possesso di cittadinanza, dal lavoro che si svolge, dalla lingua che si parla, dal villino in cui si abita, dai vestiti che si indossa. Una tale attuazione, è inutile negarlo, poggia su basi solide garantite da un’educazione che ha alla base docenti competenti e che non abbiano vinto il concorso per l’insegnamento grazie al nepotismo. Ma prima fra tutti vi è la famiglia. Il focolare domestico è luogo di dibattiti e discussioni, di approfondimenti che dovrebbero forgiare coloro che sono il futuro del presente alla tolleranza e al rispetto reciproco.  Poi come dimenticare il punto di smistamento della cultura italiana: la legalità. Da tale punto si dipartono due strade: una che punta verso un paese civile e democratico, l’altra verso una convivenza che ha come protagonista la repressione e il controllo del più debole. Non perdiamo di vista i casi di mafia che hanno visto portare via numerose vite che hanno lottato per far sentire il diritto di poter essere liberi, primi fra tutti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, prototipi dell’ antico valore, status symbol, espressione di un desiderio di vera legalità. Purtroppo se è lo Stato il primo ad essere coinvolto nella criminalità, le certezze cominciano a vacillare e allora ci si chiede quanto valga la pena lottare in prima fila quando, voltandoti indietro, vedi che sei l’unico a far parte di quello che doveva avere le sembianze del vincente battaglione tebano. Che fine ha fatto il condottiero Leonida?  Non bisogna convincersi che sia relegato nei libri di storia perché da qualche parte dovrà pure esserci qualcuno in grado di prendere in mano la situazione e mutarla in nome di un paese che chiede democrazia, democrazia e ancora democrazia, attuata in tutte le sue forme.