Villa De Leone PDF Stampa E-mail
  
Lunedì 01 Agosto 2011 00:00

Il palazzo di un nobile napoletano a Formia.

Quando la bella stagione faceva capolino al Corso Vittorio Emanuele a Napoli e la brezza marina portava la prima calura da Mergellina, il barone Arturo de Leone programmava una visita al suo palazzo di Formia.
Erano gli anni 20 del Novecento; si preferiva ancora la carrozza e lo scalpiccio degli zoccoli dei cavalli al rombare dei motori delle prime auto. Si organizzava il tutto; i bagagli per un comodo soggiorno, si mandava avviso a chi badava alla casa che il proprietario stava per arrivare e che tutto fosse pronto per riceverlo.  Arturo chiedeva alle sorelle Amelia Berenice con la figlia piccola (rispettivamente mia nonna e mia madre, n.d.r.), Teodolinda, Emma se volessero andare con lui ed il cocchiere dava il primo schiocco per il viaggio che sarebbe durato  fin quasi al tramonto. Al fianco gli sedeva la moglie Maria Catanea, mentre la sorella di lei, la Beata Maria Giuseppina era rimasta nell’edificio religioso dei Ponti Rossi.
Si percorreva la via Domiziana costeggiando il lago D’Averno; si andava avanti, con qualche sosta e si passava il ponte sospeso Real Ferdinando sul Garigliano. Si entrava in Formia e attraverso l’incantevole insenatura (attuale Largo Paone) ancor priva della sciagurata colmata post bellica   si prendeva la salita di via Lavanga e dopo poco si arrivava al cancello della villa. Si saliva il viale privato (attuale via Anfiteatro) e finalmente si potevano lasciare i cavalli nelle stalle dei primi ambienti a pian terreno del fabbricato e salire ai piani superiori.
Sulla chiave di volta dell’ingresso una data: 1756. Non ci si meravigli troppo che a tale data si costruissero fabbricati nel mezzo di affioranti rovine archeologiche (l’anfiteatro romano). Sono di quegli anni le prime esplorazioni di Pompei per mezzo dello scavo di cunicoli per opera di Carlo III con l’intento più che altro di depredare statue , tesori e suppellettili a fini di collezionismo privato.
Una sistematizzazione degli stessi scavi si ebbe in seguito con Carolina,sorella di Napoleone e  moglie di Gioacchino Murat ed una vera coscienza del valore del bene culturale come patrimonio pubblico era ancora di là da venire.
Il dipinto a olio del pittore Panico del 1927 (coll. privata) di cui è qui riportato un particolare sembra essere stato preso, come angolazione prospettica, dal balcone del terzo piano del prospiciente fabbricato (civico 101)di via Lavanga.
Il cancello d’ingresso della proprietà sulla via  Lavanga è ora scomparso, ma ancora lo ricordano gli attuali proprietari del fabbricato. Manca nel dipinto l’edificio che ora insiste sull’angolo in basso a destra, corrispondente al civico n° 74 della stessa via Lavanga. Tutta la parte sinistra lungo il viale è ora edificata.L’edificio , che subì le devastazioni dell’ultima guerra con  una bomba destinata probabilmente alla vicina stazione con parziale distruzione del lato anteriore destro, ha ora una sopraelevazione.
All’interno cavedi (canalizzazioni ancora esistenti) strategicamente collocati permettevano dai piani alti di comunicare a voce col personale di servizio al piano terra.Ancora permane parte del bel giardino di aranci antistante il fabbricato. Dove erano le stalle e in parte del piano terreno vi è ora un rinomato ristorante.
Il barone Arturo de Leone era persona dedita ad opere di carità e beneficenza. Una di queste  causò l’alienazione della proprietà.

Arch. Giuseppe Grassi
libero professionista
(un grazie a Nicola de Leone)
Email: studiocreativo@tin.it
Web:  www.it-dea.com