Il risanamento igienico-sanitario della Città di Gaeta PDF Stampa E-mail
  
Venerdì 01 Luglio 2011 00:00

La costruzione dell’acquedotto ed il contributo alla ricostruzione di Corbo

L’impegno del Sindaco Pasquale Corbo non si limitò solamente alle infrastrutture e allo sviluppo industriale, elementi che insieme dovevano servire per rilanciare la debolissima economia della Città di Gaeta nel dopoguerra. Le condizioni igienico-sanitarie della popolazione, infatti, rivestivano un’altra priorità della Giunta guidata dal Sindaco, che si prodigò come non mai per questa ulteriore emergenza fin dal giorno della sua prima elezione il 27 luglio del 1947.

Cominciamo col dire che il progetto originario per l’acquedotto di Gaeta - Elena fu predisposto nel 1913 dal Cav. Ing. Pietro Giannattasio, e prevedeva la derivazione dalla sorgente di Capo d’Acqua (Spigno Saturnia) di 30 litri/sec ed il sollevamento a quota 95 m. alle falde del Monte “La Civita”, per giungere, con una condotta in ghisa dopo un percorso di poco più di 16 Km., alle falde della collina di S. Agata, a monte di Elena, a quota 75 m. sul livello mare. I costi di tale importante opera furono suddivisi tra il Comune di Gaeta (£. 473.200) ed il Comune di Elena (£. 726.300), che accesero per l’occasione un mutuo presso la Cassa DD.PP. per l’importo complessivo di £. 1.199.500.

L’acqua spettante ad Elena (20 litri/sec) sarebbe stata sversata nel serbatoio da impiantarsi a quota 68,50 m. sulla collina di S. Agata, laterale al partitore principale e della capacità di 730 mc., e poi distribuita mediante tubazioni in ghisa percorrenti le due arterie basse principali dell’abitato. Gli altri 10 litri/sec, per mezzo di altra tubazione in ghisa, sarebbero stati convogliati dal partitore principale al serbatoio di Gaeta da impiantarsi a quota 66 su “Monte Orlando” e della capacità di 460 mc; da qui sarebbero stati distribuiti in Gaeta con tubazioni in ghisa. I lavori vennero aggiudicati il 28 febbraio e consegnati il 28 aprile del 1915, ma i ritardi nella fornitura dei tubi e il sopraggiungere della prima guerra mondiale ne impedirono l’esecuzione. Terminato il conflitto mondiale, ed aumentato nel frattempo enormemente il prezzo della ghisa (da 19 centesimi a 3,60 £./Kg), i lavori furono oggetto di variante. Fu chiesto all’ing. Giannattasio di studiare una soluzione di pronta esecuzione e di minore spesa. Venne così redatto il progetto di variante che prevedeva il convogliamento naturale di 30 litri/sec dalla sorgente (quota 36 m.) fino al partitore al piede della collina di S. Agata (quota 19,58 m.) con tubi, anziché di ghisa, di cemento armato centrifugato di diametro interno 300 mm. Tali tubazioni si stavano sperimentando da circa 10 anni, con esiti favorevoli, nell’acquedotto pugliese. Le condutture per le diramazioni urbane sarebbero state invece di ghisa. La costruzione dell’acquedotto fu così completata nell’aprile del 1928.  Il partitore principale divideva l’acqua nella proporzione di 2/3 ad Elena (20 litri/sec) ed il resto a Gaeta (10 litri/sec). Per quanto riguarda Elena, dal partitore si diramavano due linee, una per il basso servizio percorrente Lungomare Caboto, Corso Attico e contrada La Spiaggia e l’altra, per l’alto servizio, percorrente Via Indipendenza e Via Buonuomo, per le diramazioni alle zone alte e cioè ai Cappuccini e all’Atratina. Per quanto riguarda Gaeta, dal partitore aveva inizio un’altra conduttura in cemento armato lunga poco più di 2 Km. del diametro di 200 mm convogliante i 10 l/sec per Gaeta, al pozzetto dell’edificio degli “Spalti” di “Monte Orlando”, da cui partivano due condutture, una (6 litri/sec) per il basso servizio di Gaeta percorrente Via Gustaferri e l’altra, mediante sollevamento, per l’alto servizio percorrente Via Angioina e Via Aragonese.

Il secondo conflitto mondiale danneggiò irrimediabilmente, mettendolo fuori servizio, l’acquedotto, e l’alimentazione idrica della nostra città fu garantita provvisoriamente attraverso l’utilizzazione della sorgente “Conca” sita nell’abitato di Formia, sulla quale fu fatto costruire un impianto elevatore per mandare a Gaeta almeno 10 litri/sec. per 10 ore al giorno (circa 360 mc/giorno), che riusciva ad alimentare a malapena i fontanini pubblici. Come condotta fu utilizzata quella pre-esistente e proveniente da Capo d’Acqua, che fu riparata per il tratto di 6 Km. che collegava Formia a Gaeta.  Ma questa situazione, assolutamente precaria, non poteva persistere. E allora il Comune fece sollevare una portata superiore ai 360mc/giorno, con una maggiore spesa di circa quattro milioni all’anno, che andava a sommarsi ai tre milioni e 800 mila lire spesi per l’utilizzazione della sorgente “Conca”. Poiché la spesa cominciava ad essere notevole per il magro bilancio comunale, il Comune fece allora studiare dall’ing. Simonelli dell’Ufficio Tecnico il progetto per riparare la condotta proveniente da Capo d’Acqua. Fu richiesto per tale ripristino un finanziamento statale, che purtroppo non arrivò in quanto contemporaneamente era iniziata, anche se procedeva con estrema lentezza, la costruzione del nuovo acquedotto per Gaeta e Formia, per cui uno escludeva l’altro.

Il nuovo acquedotto in costruzione era stato progettato dal prof. ing. Colosimo dell’Università di Roma, al quale subito dopo la guerra il Comando Alleato aveva dato incarico; l’ing. Colosimo dimostrò che anziché ricostruire l’acquedotto di Capo d’Acqua, risultava più conveniente integrare la sorgente “Conca” che alimentava Formia, captando tutte le acque del Mazzoccolo. Nella sua relazione Colosimo evidenziò che nei periodi di pioggia la sorgente di Capo d’Acqua andava soggetta a intorbidimento (come succede ancora oggi!) e che l’opera di presa, per vari motivi, era stata irregolarmente ed irrazionalmente costruita. Pertanto la richiesta di riallacciamento dell’acquedotto di Gaeta alla sorgente Capo d’Acqua non fu accolta.

La situazione ristagnava e a nulla valsero i solleciti del Commissario dott. Cessari, che la Prefettura nominò al posto del sindaco dimissionario Giovanni Cesarale. Corbo, appena insediatosi, si recò a Roma dal Provveditorato per rappresentare la convenienza della ricostruzione dell’acquedotto di Capo d’Acqua con funzionamento a gravità. Fu dato allora incarico all’ECEA - Ente Costruzioni Esercizi Acquedotto - che compilò il progetto esecutivo per il ripristino dell’acquedotto alimentato dalla sorgente di Capo d’Acqua con un aumento di portata fino a 50 litri/sec. Il 1° agosto del 1950 il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici approvò finalmente il progetto e fu possibile così ricostruire l’adduttrice principale da Capo d’Acqua.

Realizzata la condotta adduttrice, fu poi la volta della rete di distribuzione della città. I progetti, suddivisi in più lotti, furono realizzati durante il corso degli anni, a partire dalle condotte alimentatrici di Via Indipendenza, Via Buonomo, Serapo, La Catena e di Via Atratina.

 

Il Vice Presidente dell’Associazione Culturale

“Monte Cristo” Benedetto Di Nitto