L’opera più controversa del Sindaco Corbo: La costruzione della raffineria. PDF Stampa E-mail
  
Venerdì 01 Aprile 2011 00:00

Il recente protocollo d’intesa sottoscritto tra Comune di Gaeta, Consorzio Industriale ed Eni sulla bonifica di oltre la metà dell'area interessata dagli impianti ENI (ex raffineria), ci ha dato lo spunto per rispolverare, sinteticamente, le vicende che portarono alla costruzione dell’opera più controversa del Sindaco Corbo, e cioè la raffineria di petrolio.
Negli anni che seguirono l’ultimo conflitto mondiale, le condizioni di Gaeta e della sua popolazione erano disperate. La città viveva una realtà desolata e triste, e le strade ribollivano solo di povertà, di squallore e di macerie. Le uniche occupazioni che permettevano un magrissimo sopravvivere erano un’agricoltura minima e una pesca miserrima. Queste furono, in sostanza, le ragioni che indussero il Sindaco Corbo e la sua amministrazione ad appoggiare, nella maniera più decisa, la costruzione della raffineria.
La costruzione di uno stabilimento per la raffinazione del petrolio si concretizzò, dopo vari tentativi (Società “Aurora” e “AGIP”), nel maggio del 1953, quando la “Società Golfo Industria Petrolifera” manifestò la decisa volontà di creare una raffineria di petrolio a Gaeta nella piana di Arzano, una naturale e larga depressione posta all’estremità del rione “La Spiaggia”, a nord della città, all’epoca coltivata ad aranceti ed ortaggi nella parte più vicina al mare e a vigneti nella parte più interna.
Il decreto per la costruzione e l’esercizio dell’opificio, dopo l’acquisizione di tutti i pareri e le autorizzazioni previste dalla legge, fu emesso dal Ministero dell’Industria e del Commercio il 18 aprile del 1955, diciotto  mesi dopo la richiesta.
I lavori ebbero inizio nel mese di ottobre dello stesso anno, ma furono subito ostacolati tenacemente dai contadini proprietari delle aree da espropriare, i quali si lamentavano, oltrechè dell’esproprio stesso, anche del prezzo che veniva loro offerto, giudicato troppo basso. In effetti il valore di esproprio fu inizialmente stabilito da 1 a 2 milioni di lire per ettaro (da 100 a 200 lire al mq). Secondo la Società “Golfo” infatti, delle poco più di 100 ditte interessate dall’esproprio, appena 33 superavano l’estensione media (fra cui una ditta con oltre 22.000 mq ed un’altra con oltre 28.000). Tutte le altre avevano un’estensione al di sotto di quella media, con ben 32 al di sotto dei 1.000 mq, 15 con meno di 500 mq e 4 al disotto di 100 mq. In pratica solo qualche proprietà poteva considerarsi di estensione sufficiente all’esercizio di una proficua attività agricola. Quasi tutte apparivano inadeguate per causa di eccessiva polverizzazione. a cui si associava la frammentazione, vale a dire la proprietà era troppo piccola e nello stesso tempo suddivisa in diversi appezzamenti distanti tra loro. Ciò di fatto giustificava il modesto valore riconosciuto all’esproprio.
I lavori vennero quindi sospesi in attesa dell’esame dei ricorsi presentati dai proprietari, che la VI Sezione del Consiglio di Stato, il 9 novembre del 1955, ritenne infondati e respinse.
Con l’occasione la Società “Golfo”, per andare incontro ai contadini, portò il prezzo di esproprio a 3,5 milioni di lire per ettaro (350 lire al mq), oltre a riconoscere il valore del soprassuolo e ad impegnarsi ad assumere nello stabilimento anche manodopera locale.
Sistemata la questione degli espropri, nell’aprile del 1956 vi fu un’altra vicenda che concorse ad ostacolare il regolare svolgimento dei lavori. Alcuni cittadini di Formia residenti nella località di Vindicio, si appellarono al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro per l’Industria e il Commercio, al Prefetto e ai Sindaci di Gaeta e Formia per protestare contro la costruzione della raffineria, che a loro dire avrebbe danneggiato e messo in pericolo la bellezza e lo sviluppo turistico della zona.
Tra le varie proposte del Comune di Formia quella di realizzare un oleodotto e relativo pontile tra la spiaggia dell’Arenauta e di S. Agostino. La proposta fu chiaramente respinta dal Comune di Gaeta e giudicata improponibile in quanto l’area suddetta possedeva caratteristiche (mare aperto, fondali modesti e non suscettibili di dragaggio a causa delle forti correnti marine) che non consentivano un regolare esercizio degli impianti, oltre a risultare antieconomico per via del notevole sviluppo in lunghezza delle tubazioni che avrebbe dovuto collegare la raffineria al predetto pontile su un terreno a carattere preminentemente montuoso con forti dislivelli da superare, alvei torrentizi, ferrovie, strade ed altri manufatti.  La questione finì al Consiglio di Stato che con due decisioni (28 febbraio 1956 e 21 giugno 1957) respinse tutti i motivi addotti dal Comune di Formia.
La Società “Golfo” presentò successivamente il progetto per la costruzione e l’esercizio delle opere a mare, contemplando due soluzioni di cui la prima era un pontile da costruirsi immediatamente di fronte alla raffineria e la seconda ubicava le opere nei pressi di Punta Mulino. La scelta cadde sulla seconda soluzione che, pur presentandosi notevolmente più onerosa, concentrava le operazioni marittime delle petroliere proprio in seno alla zona portuale di Gaeta, allontanando nel contempo le stesse dalle zone balneari del golfo. E sulla soluzione di Punta Mulino che i pareri degli organi tecnici ed amministrativi si affermarono concordemente in senso favorevole.
La Società fu quindi autorizzata a portare a termine i lavori, ma benché non si fossero manifestati problemi di sorta, il Comune di Formia continuò con le proteste, che sfociarono in occasione dell’attracco della prima petroliera, la “Pensilvanya”, con un ennesimo ricorso al Consiglio di Stato notificato al Sindaco di Gaeta il 14 ottobre 1957. La vicenda continuò a non placarsi, e furono coinvolti i Ministri Cassiani (Marina Mercantile) ed Andreotti (Finanze), i quali furono messi al corrente della situazione della raffineria che, pur avendo superato i collaudi di rito, era ancora in attesa dell’autorizzazione allo scarico del greggio e al carico del raffinato via mare. E intanto la “Golfo” cominciava a minacciare il licenziamento di tutto il personale se si fossero ancora create perdite economiche alla società, bloccando di fatto il raffinato nei serbatoi ed impedendo l’arrivo del greggio via mare.
In effetti la situazione che si venne a creare era paradossale. Con il primo decreto, infatti, quello del 18 aprile del 1955, la Soc. “Golfo” fu autorizzata alla lavorazione di 300.000 tonn. annue. All’atto del collaudo gli impianti (diversamente sistemati rispetto al progetto d’origine, anche in funzione delle indicazioni del Ministero della P.I.) risultarono per una capacità di 1.000.000 tonn. di greggio.
La soc. “Golfo” presentò allora al Ministero dell’Industria due separate domande intese a regolarizzare una la diversa sistemazione degli impianti, e l’altra ad ottenere l’estensione da 300.000 tonn. a 1.000.000 tonn. Mentre la regolarizzazione amministrativa degli impianti si realizzò con decreto rilasciato il 2 settembre 1960, sulla seconda richiesta, presentata il 17 agosto 1957, il Ministero della P.I. confermò il parere contrario fino alla definizione del ricorso del Comune di Formia. Quindi, pur essendo stati regolarizzati gli impianti per la produzione di un milione di tonnellate, l’esercizio non poteva superare il valore di 300.000, creando numerosissimi problemi per lo sfruttamento antieconomico degli impianti. Si mobilitarono allora gli esponenti politici che supportavano l’azione dell’amministrazione gaetana e, dopo la visita a Gaeta di Fanfani il 19 febbraio del 1961 per i festeggiamenti del centenario dell’Unità d’Italia, la situazione si risolse positivamente e la raffineria iniziò finalmente ad esercitare regolarmente per 1.000.000 di tonnellate annue. Negli anni ottanta, a seguito della forte crisi del comparto petrolifero, dopo circa 25 anni di intensa attività, la raffineria chiuse i battenti, lasciando senza lavoro duecentocinquanta dipendenti ed un complesso di impianti di rilevante importanza, con una capacità lavorativa che arrivò nel tempo a circa 4 milioni di tonnellate annue di prodotti, costituita da uno speciale comparto con impianti di attracco anche per super petroliere fino a duecentomila tonnellate, un vasto parco di depositi della capacità di centinaia di migliaia di tonnellate ed un oleodotto di circa 100 chilometri in grado di far giungere i prodotti petroliferi da Gaeta sino a Pomezia.

Il Vice Presidente dell’Ass. Culturale “Monte Cristo”
Benedetto Di Nitto