Il figlio si separa. I suoi genitori perdono la casa? PDF Stampa E-mail
  
Domenica 01 Giugno 2014 00:00

La casa a chi va? Cosa succede, se mi separo da mia moglie, avvocato?
Ecco una spinosa questione che spesso mi viene posta, quando si reca al mio studio una persona che intende separarsi, o alla quale è stata comunicata l’intenzione analoga da parte del partner: quella concernente la CASA coniugale. Nella stragrande maggioranza delle ipotesi, si tratta di immobili faticosamente acquistati dai propri genitori con l’imposizione di tante rinunzie e sacrifici. Ecco che questa Casa, frutto del sudore della fronte, viene concessa gratuitamente a un figlio o a una figlia, nel momento in cui si sposa o va a convivere, perché vi metta su famiglia ...
Tuttavia, se l’unione finisce, la ex moglie diventa assegnataria dell’ abitazione (quasi sempre è così). L’abitazione familiare viene, infatti, generalmente assegnata al genitore che rimarrà convivente, in via prevalente, con il figlio minore o con il figlio maggiorenne non economicamente autonomo.
Ora, dato che il genitore – come si dice in gergo – “collocatario” è il più delle volte la madre, va da sé che a dover allontanarsi dalla casa è quasi sempre il padre, anche se proprietario esclusivo sono i propri genitori (nonni). L’uso di concedere gratuitamente la casa, di proprietà dei genitori di uno dei coniugi, al proprio figlio, perché vi abiti con la propria moglie o compagna, è tuttora un fenomeno estremamente frequente nella pratica. Tuttavia, se il matrimonio finisce in Tribunale, la gioia dei genitori viene cancellata dalla successiva separazione dei giovani coniugi e, non solo per il fallimento dell’unione, ma anche perché, di fatto, il proprio figlio perde il godimento dell’immobile.
Quando la questione mi viene posta da un genitore/nonno, cerco di fargli comprendere che, comunque, è fondamentale che i propri nipoti continuino a vivere nella casa in cui sono nati. L’argomento, ad ogni modo, da qualunque punto di vista, non è certamente di poca importanza, ed ha trovato soluzioni contrapposte nella Giurisprudenza, fino al consolidamento di un orientamento univoco a partire dal 2004.
Qui si contrappongono, da un lato, la necessaria tutela del diritto di proprietà dei genitori di uno dei coniugi e, dall’altro, l’indispensabile attenzione all’interesse dei bimbi/adolescenti o giovani che siano, a continuare a vivere nella casa dove sono nati e cresciuti, conservando immutate le proprie abitudini, costituendo, la separazione dei genitori, di per sé, un fattore emotivo e psicologico destabilizzante, per cui un cambiamento di abitazione potrebbe causare un ulteriore e inutile disagio. Secondo la normativa generale in tema di tutela dei diritti reali, i genitori/nonni legittimamente potrebbero richiedere la restituzione dell’immobile rivendicandolo da qualunque occupante.
Ovviamente il provvedimento di assegnazione della casa, nell’ambito del processo di separazione dei coniugi, così come avviene nella totalità dei casi, non è opponibile ai genitori proprietari, riguardando soltanto gli interessati, ed in tema la Giurisprudenza è univoca: il provvedimento di assegnazione non può ovviamente danneggiare i diritti dei terzi sull’immobile. D’altra parte, va rilevato che, qualora la casa venga restituita ai suoceri, la ex moglie assegnataria dell’immobile ed i propri figli andrebbero a perdere un punto di riferimento sicuro, e cioè la casa nella quale sono sempre vissuti e destinata proprio a quello scopo.
Poiché la volontà del genitore era quella di attribuire l’immobile affinché divenisse la casa coniugale della famiglia, la circostanza che sia intervenuta la separazione tra i coniugi, nulla toglie a questo vincolo di destinazione. Come sempre avviene, allorché la Corte Suprema di Cassazione si deve occupare della risoluzione di problemi particolarmente spinosi, necessariamente giunge ad una soluzione di compromesso, pur nelle valide ragioni di entrambe la parti, decidendo così per il male minore.
Questa scelta, dopo continui tentennamenti, veniva operata dalle Sezioni Unite della Cassazione già nel 2004, e successivamente, anche di recente, nel luglio 2013, è stato reiterato il seguente principio: in sostanza, la Cassazione ha ritenuto che il genitore (nonno) proprietario, sia tenuto a consentire la continuazione del godimento per l’uso previsto nel contratto fino a che i figli divengono autonomi. Più precisamente, in ipotesi di concessione da parte di un genitore (nonno) di un bene immobile di proprietà, affinché sia destinato a casa familiare, allorché sopravvenga la separazione dei coniugi ed un successivo provvedimento di assegnazione in favore del coniuge affidatario dei figli, senza loro colpa, la statuizione giudiziale non modifica la natura ed il contenuto del titolo di godimento sull’immobile, ma determina la concentrazione, nella persona dell’affidatario o del collocatario, del diritto all’uso della casa familiare, che resta regolato dalla disciplina del comodato.
Sussistendo dunque un comodato a termine –“scadenza” che è costituita dalla raggiunta maggiore età ed autosufficienza dei nipoti- la restituzione può essere richiesta solo a detta scadenza del suddetto termine o per sopravvenuti urgenti ed imprevedibili bisogni (art. 1809 comma 2° c.c.). È pur vero che, al momento del matrimonio è difficile ragionare sulle possibili ipotesi nefaste successive, tuttavia la prudenza e soprattutto la considerazione per cui, statisticamente, in Italia un rapporto su due viene a cessare (ricomprendendo matrimoni e convivenze alle quali pure è applicabile lo stesso principio), suggerisce di prestare estrema attenzione, assumendo le necessarie cautele, in fattispecie similari. Quali sono queste cautele?

Beh, parlatene con un buon avvocato… avv.difamiglia@gmail.com

Un saluto
Avv. Clino Pompei
avv.difamiglia@gmail.com