La vendita dei beni indivisi pignorati PDF Stampa E-mail
  
Venerdì 01 Agosto 2008 00:00
In alcuni casi può accadere che l’atto di pignoramento (ingiunzione che l’ufficiale giudiziario fa al debitore di astenersi dal compiere qualsivoglia atto diretto a sottrarre i beni assoggettati alla garanzia del credito espressamente indicato), possa riguardare beni indivisi (beni in comproprietà con soggetti non esecutati, o, per meglio dire, soggetti estranei alla posizione debitoria) nel qual caso, il pignoramento cade unicamente sulla quota del debitore.
Tale comproprietà, o, comunione del bene, può riguardare il diritto di proprietà così come ogni altro diritto reale (es. servitu’, usufrutto, nuda proprietà, enfiteusi, superficie).
L’espropriazione dei beni indivisi è una vicenda complessa che pone una serie di problemi non solo rispetto all’oggetto dell’esecuzione (il bene, o, il diritto in comunione) ma anche rispetto ai soggetti della procedura: questa ha, infatti, una diretta incidenza sui diritti dei creditori così come dei debitori e dei terzi.
I modi in cui puo’ avvenire l’espropriazione della quota indivisa, sono previsti dall’art. 600 del c.p.c. e sono, essenzialmente, tre: 1) separazione in natura, 2) vendita della quota indivisa; 3) divisione giudiziale.
Con l’entrata in vigore della Legge n. 80 del 2005 che ha novellato il processo civile, interessando anche la procedura esecutiva, ha previsto sostanziali modifiche anche all’Istituto dell’espropriazione dei beni indivisi.
Nel sistema del codice del 1940, ante riforma, le modalità mediante le quali era possibile procedere all’espropriazione di tali particolari beni, erano le medesime, ma, con presupposti differenti.
Il Giudice dell’esecuzione doveva, preliminarmente accertare, se fosse possibile o meno la separazione della quota in natura (spettante al debitore), sui beni indivisi sui quali era stato eseguito il pignoramento
Nel caso di accertamento positivo il Giudice poteva operare la separazione della quota in natura; in caso di  accertamento negativo, il Giudice dell’ Esecuzione decideva, discrezionalmente, se operare la divisione del bene ovvero, procedere alla vendita della quota indivisa: nella prassi tale procedura veniva preferita ed usualmente adottata.
Tale consuetudine, come si può immaginare, rendeva meno appetibile l’acquisto del bene pro quota, riducendo pertanto la possibilità di soddisfacimento dei creditori.
Mentre, infatti, nella visione del codice del 1940, la scelta era sostanzialmente rimessa alla discrezionale valutazione del Giudice dell’Esecuzione, oggi, laddove la separazione in natura “non sia chiesta o non sia possibile“, il Giudice deve procedere alla divisione giudiziale, salvo che non ritenga probabile la vendita della quota indivisa ad un prezzo pari o superiore al valore determinato a norma dell’art. 568 c.p.c.
Pertanto, tendenzialmente, è preferita la vendita dell’intero cespite immobiliare al fine di evitare procedure volte all’alienazione di piccole quote di proprietà inidonee a conseguire risultati economici apprezzabili.
Avv. Michele de Cerbo
 
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